Elezioni USA, si va verso sfida Trump-Clinton. Ma siamo sicuri che il cattivo sia il miliardario?

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Trump-Hillary-Bill (1)

di Francesco Maria Toscano

Donald Trump, con buona pace del gotha del partito Repubblicano, continua a vincere con largo margine lasciando le briciole ai suoi improbabili avversari. Anche a New York il tycoon odiato dal sistema di potere ha stracciato i suoi avversari proiettandosi oramai sicuro verso la corsa per la Casa Bianca. Sul fronte democratico, invece, la terribile e pericolosissima Hillary Clinton ha avuto la meglio su Bernie Sanders ipotecando di fatto la nomination. A meno che non dovesse aggravarsi la posizione dell’ex first lady in merito ai tanti scandali che la riguardano (dal caso Libia a quello conosciuto come “emailgate”), Hillary dovrebbe riuscire a spuntarla. Non oso immaginare cosa potrebbe accadere nel mondo nel malaugurato caso in cui l’ex segretario di Stato di Obama riuscisse a diventare il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. La Clinton ha già dimostrato di essere una guerrafondaia incallita, amica delle banche e nemica di giovani e ceto medio. Con lei al potere il Medio Oriente tornerebbe probabilmente ad infiammarsi ulteriormente, per la gioia di turchi e sauditi che non vedono l’ora di scatenare nuove aggressioni nel nome della libertà e della democrazia.

Non a caso, mentre Trump ha avuto il coraggio di segnalare le incongruenze riguardanti il racconto ufficiale sui fatti dell’11 settembre, la moglie di Bill continua a tacere, preferendo andare in giro a farsi fotografare con l’ex presidente George W. Bush fortemente sospettato di avere avuto un ruolo nella pianificazione dei sopramenzionati attentati. Con Hillary al potere il faticoso dialogo avviato  da Obama con la Russia e con l’Iran – indispensabile per costruire una pace duratura in Siria e altrove – andrebbe a farsi friggere, tornando in auge tutto il vecchio e logoro armamentario ideologico che caratterizzò l’era Bush, fatto di “asse del male” ed “esportazione della democrazia” a colpi di cannone. Come già segnalato in precedenti articoli, infatti, Bush e Clinton sono espressione degli stessi centri occulti di potere e si abbeverano alla stessa velenosa sorgente. I cittadini, debitamente storditi da un circuito mediatico predisposto all’occorrenza, vengono costretti a riconoscere come vere alcune dicotomie fasulle e apparenti.

Dietro ogni uomo politico di un certo peso, sia esso di finta destra o di finta sinistra, si nascondono spesso gruppi di pressione invisibili e occulti. Gruppi che dominano la scena applicando con sapienza il metodo che insegna la “coincidenza degli opposti”, principio esoterico che sviluppa un’idea di Dio/Pan che racchiude e annulla al proprio interno tutto e il suo contrario. Per chi è abituato a ragionare secondo simili schemi la contrapposizione fra destra e sinistra o fra conservatori e progressisti non ha poi molto senso. Gli iniziati importanti spiegano che “così come l’alto si riconosce dal basso, anche la destra si riconosce per mezzo della sinistra”. L’assimilazione di tale presupposto, oltre ad annullare in radice l’autenticità di qualsiasi tipo di dialettica, garantisce il rispetto del principio di “unità nella diversità” che, posto alla base della filosofia massonica, ne rappresenta di fatto le imprescindibili fondamenta.

Ha più senso allora distinguere semmai la base dal vertice della Piramide, anche perché i vertici tendono sempre necessariamente  a confondersi e a toccarsi. Traducendo tali suggestioni su un piano concreto, quindi, è facile capire come l’elettorato di Sanders abbia più affinità con i simpatizzanti di Donald Trump, uomo di rottura tanto quanto il senatore socialista del Vermont, rispetto ai punti di convergenza ipoteticamente riscontrabili con i tifosi di Hillary Clinton, paladina di un establishment che alla resa dei conti fa sempre quadrato intorno ai soliti nomi. Mi auguro quindi che Bernie Sanders, anche nel caso in cui non riuscisse a vincere le primarie, non commetta l’errore di fare un endorsement  in favore di Hillary nel nome della comune appartenenza al partito Democratico, assumendosi perciò in maniera miope una responsabilità che la Storia si prenderà la briga di bollare come tragica e devastante.