Se lo Stato è speculatore. Le slot machine in Italia tra interessi e riciclaggio

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Slot_machine

di Roberta Barone

Sempre più gente cade nella terribile trappola della dipendenza dal gioco d’azzardo, poco consapevole che laddove qualcuno vince c’è sempre qualcuno che perde, qualcuno che al prossimo giro potrebbe essere la stessa persona ormai completamente assuefatta e “costretta” spesso a indebitarsi. Ma perché lo Stato ha bisogno del gioco d’azzardo e nello specifico delle slot machine?

In pochi forse ricorderanno un episodio emblematico: nel 2014 un emendamento sul decreto “salva Roma” presentato a Palazzo Madama dalla senatrice Ncd Federica Chiavaroli (e ovviamente votato dalla stessa maggioranza) aveva previsto dei notevoli tagli ai trasferimenti che l’amministrazione centrale doveva agli enti locali, qualora questi avessero introdotto misure restrittive ai giochi pubblici riservati allo Stato. Un vero e proprio regalo fatto dal Governo Letta ai “padroni” dei giochi d’azzardo che testimonia il forte interesse nutrito dallo Stato per quello che possiamo da anni definire il “business” del gioco. Ben conosciuto è poi un altro fenomeno: il riciclaggio. Le slot machine di ultima generazione, le cosiddette Videolottery, possono essere utilizzate per riciclare denaro, trasformando banconote sporche in denaro pulito pulito. E’ per questo che sono state soprannominate “lavatrici efficienti”. Basta inserire delle banconote in una slot machine e poi premere il tasto che ti permette di non giocare più (anche se, in realtà, non hai nemmeno giocato) ed il “gioco” è fatto: la ricevuta contenente il credito vantato può benissimo essere una vera e propria vincita difficilmente contestabile. D’altronde, chi può contestare la fortuna?

Quelli dei giochi d’azzardo e delle slot machine non sono fenomeni così moderni. Già nel 1700 furono gli europei a diffondere nel mondo il gioco d’azzardo, successivamente introducendo particolari case da gioco per regolare lo stesso fenomeno: tuttavia, anche se l’ingresso era gratuito, solo i ricchi potevano permettersi di entrarvi per mettere a rischio ingenti capitali. La prima casa da gioco di quel periodo è stata chiamata il Ridotto. Solo dopo la sua demolizione, nacquero i casinò, il cui nome deriva appunto dalla lingua italiana. Nel corso degli anni però, il gioco divenne un fenomeno così pericoloso da essere considerato finalmente illecito, illegale. Perfino lo Stato italiano fece di tutto per scoraggiarlo ed evitare che ciò potesse sfociare in effetti negativi per la società, quali dipendenza, disperazione ecc.

Negli ultimi anni invece, lo Stato comincia a capire che anche da questo (per molti) triste fenomeno può ricavare grossi guadagni per ingrassare le proprie casse. Ovviamente, lo scopo non può che essere quello di “regolarizzare il gioco”, un po’ come la prostituzione. Così dal 2006, anche lo Stato comincia a preoccuparsi delle licenze e delle istituzioni di nuovi centri di scommesse sparsi per tutto il Paese. Viene introdotto anche un regime fiscale, per fare in modo che tutte le attività di gioco d’azzardo abbiano una tassa del 20%. Vengono legalizzati i giochi di abilità di carte, tra cui il poker e il blackjack. A differenze del passato, adesso la possibilità di accedere a quelle che un tempo erano le “case del gioco” è aperta a tutti, ricchi e meno ricchi, con la possibilità di giocare anche solo un euro. Grande fregatura, considerando che chi gioca- in generale- non smette di farlo con un solo euro. Ma lo Stato crea anche l’AAMS ( Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato), incaricata appunto di gestire il rilascio delle licenze da gioco. Le slot machine, nel corso degli anni, sono diventate popolarissime tra la gente. La liberalizzazione nel mondo del gioco ha permesso anche una più facile distribuzione delle stesse nei bar, nei piccoli locali, nella tabaccherie, oltre che nelle sale predisposte al gioco. Insomma sono diventate un trend per tutta l’Italia, ed è su questo fenomeno che ormai dipendono anche le casse dello Stato, primo e vero speculatore dello stesso gioco. L’Intellettuale Dissidente