“Licenziata per la mia croce. Ora il tribunale mi ha dato ragione”

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di Giuliano Guzzo

Storie come quella di Mary Onuoha, un’infermiera cristiana del Regno Unito meritano d’essere non solo raccontate, ma meditate. Perché sono storie di coerenza, soprattutto di coraggio; di più: di fede. Già, perché se non avesse avuto una fede salda la signora Onuoha, difficilmente avrebbe fatto ciò che ha fatto: una causa contro una sezione del NHS – acronimo di National Health Service – per licenziamento illecito, dopo essere stata costretta a lasciare il lavoro per aver indossato una collana con una croce.

Tutto ha avuto inizio nel 2015 quando, al Croydon University Hospital, struttura nel sud di Londra dove lavorava, all’infermiera hanno iniziato a far pressioni affinché non indossasse il crocifisso. La motivazione ufficiale era di natura igienica, ma era chiaro lontano un miglio come si trattasse d’un pretesto. Ad ogni modo, le cose sono peggiorate nel 2018. Alla fine, nell’aprile 2019, alla donna è stato dato un ultimo avvertimento scritto, ma ha lasciato il lavoro per lo stress nel giugno 2020 e, dopo essere stata trasferita a una serie di ruoli amministrativi, e si è dimessa nell’agosto dello stesso anno.

A seguire, è partita la causa intentata da Mary Onuoha. Una causa finita bene, per la donna. La sentenza del tribunale ha infatti stabilito che il Croydon Health Services NHS Trust ha violato i diritti umani di Mary Onuoha, nella misura in cui ha generato attorno a lei «ambiente umiliante, ostile e minaccioso». Respinta la motivazione del rischio igienico determinato dall’avere addosso la croce, definito dalla sentenza «molto basso». La sentenza ha pure sottolineato l’importanza di consentire ai cristiani di vivere la loro fede sulla base dell’insegnamento biblico, rimarcando che «impedire ai cristiani di mostrare la croce è stata una caratteristica di più ampie campagne di persecuzione».

Comprensibile la gioia dell’interessata. «Questo è sempre stato un attacco alla mia fede», ha dichiarato, «la mia croce è con me da più di 40 anni. È parte di me, e della mia fede, e non ha mai causato a nessuno alcun danno». A questo punto, non resta che una domanda: se al posto di una donna coraggiosa e determinata come Mary Onuoha ci fossero stati altri, come sarebbe andata? Probabilmente la persona interessata si sarebbe trovata costretta a nasconder la sua croce: è civiltà, questa? E di cosa abbiamo ancora bisogno, nell’Europa non più laica ma laicista, per riconoscere la cristianofobia come un problema grave e reale? Riflettiamoci, se possibile; più chiari di così, i fatti non potrebbero essere.