Premessa: nessuna particolare redenzione, l’uomo è sempre quello. Rivendica le solite posizioni «ribelli» – in realtà conformistissime – su svariati temi. Ciò nonostante, nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera a proposito dell’esperienza del Covid avuto tempo fa, J-Ax fa un’ammissione interessante, e cioè che arrivano momenti nella vita in cui c’è solamente più una cosa che ti possa aiutare: la preghiera. «Qualsiasi uomo, anche il più ateo», sono infatti le parole del rapper, «quando vede la morte da vicino si appella a qualcosa di superiore: può essere Dio o ogni altra entità a cui ti aggrappi». Nel suo caso, la scoperta della vulnerabilità è stata accompagnata dalla riscoperta delle preghiere imparate un tempo: «Ti scopri a recitare quelle preghiere che ti avevano insegnato da bambino».
Ora, pur da non anticlericale («non ho quel rifiuto a priori che tanti si aspetterebbero da me»), dialogando col Corriere J-Ax ribadisce poi il suo sostegno al ddl Zan, alla difesa agguerrita della laicità e a tutte quelle posizioni che, per chi è di casa nel mondo dello spettacolo, sono obbligate: se sgarri ciao, non lavori più; e pure il Nostro, da bravo, tiene famiglia. Ciò nonostante, colpisce che uno tanto in vista, tutta musica, fama e tatuaggi, ammetta che l’uscita da un’esperienza difficile come la malattia l’abbia vissuta «ringraziando l’entità superiore che non vogliamo per forza chiamare Dio». Il dato d’interesse consiste nel fatto che ancora oggi, nel 2021, si replica quella commedia poco divina e molto umana per cui ci si pensa tosti, sicuri, quasi invincibili. Alla prima prova però si torna a pregare, con la laicità, l’autodeterminazione e tutto il resto che tornano al loro posto. Nel contenitore dei giocattoli.