Suicidio assistito, la Consulta ha preso in giro tutti

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di Giuliano Guzzo

La Corte costituzionale ha preso in giro tutti. Ha preso in giro il Parlamento, del quale ha dichiarato «indispensabile» un intervento legislativo anche secon la pronuncia di ieri – pur non essendo stato dichiarato incostituzionale l’articolo 580 del Codice penale – una legge c’è ed è quella che, a certe condizioni, consente il suicidio assistito. Ha preso in giro gli italiani ai quali ha fatto credere d’aver fissato dei paletti – la consapevolezza del paziente sottoposto a trattamenti salvavita e la presenza di patologie irreversibili con sofferenze fisiche e psicologiche – ad una pratica che una volta introdotta si presta a innumerevoli abusi, come prova l’esperienza non di uno ma di tutti i Paesi dove ciò è avvenuto.

Ha inoltre preso il giro lo stesso buon senso quando, nella nota stampa, ha parlato di non punibilità di chi «agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formato»: ma quando mai un proposito di morte – in un mondo dove se sei malato o disabile passi sempre più come un peso – si forma «autonomamente e liberamente»? Forse accade nelle favolette dei radicali, ma la realtà è un’altra cosa. Come se non bastasse, la Consulta ha preso in giro pure i malati quando si è detta preoccupata per i «rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili»: peccato che questi «rischi» non siano accidentali o collaterali ma connaturati al cosiddetto diritto di morire.

Non è un caso che quando, nel maggio 2018, lo Stato di New York ha discusso un disegno di legge sul suicidio assistito a protestare non siano stati dei cattivoni fondamentalisti bensì dei disabili. A guidare la mobilitazione per conto di Not Dead Yet, per l’esattezza, c’era Anita Cameron, 53 anni, Lgbt di colore colpita da disabilità multiple (sclerosi multipla, atassia cerebellare congenita e diabete). Queste le sue parole: «La mia prima ragione di opposizione a questo disegno di legge e ad altri simili è che esso costituisce una minaccia per le persone disabili, di colore e del ceto popolare». Il suicidio assistito è solo un modo per toglierci dalle spese, ha insomma urlato ai quattro venti la Cameron.

Ne sanno qualcosa in Canada, dove hanno addirittura già fatto i conti. Uno studio apparso nel 2017 sul Canadian Medical Association Journal ha infatti stimato in 138 milioni di dollari annui il risparmio cui, a regime, potrebbe portare l’eutanasia. Per maggiori informazioni, rivolgersi ai parenti di Sean Tagert, un malato di Sla di 41 anni della British Columbia che poche settimane fa ha chiesto ed ottenuto la «medically-assisted death» non perché piegato dalla sofferenza, ma perché abbandonato dallo Stato in condizioni critiche senza potersi pagare l’assistenza domiciliare. Perciò ha preferito morire. Andate quindi a parlare ai parenti di Tagert di «rischi di abuso», cari giudici, vediamo che vi rispondono.

E se il Canada pare troppo distante, beh, allora guardate l’Olanda e rivolgetevi ai cari di Godelieva De Troyer, uccisa nell’aprile 2012, a 65 anni, da un medico solo perché depressa – e senza neppure che i figli ne fossero prima informati. Oppure chiedete alla dottoressa Berna van Baarsen, medico e bioeticista olandese che, dopo anni di servizio ha abbandonato il suo comitato etico regionale perché disgustata dalle troppe spine staccate senza alcuna richiesta di consenso: forse saprà dirvi qualcosa sui «rischi di abuso». Anche se ormai è tardi, dato che la Consulta ha già preso in giro tutti e non ci resta che l’amarezza per tutta quell’ignoranza bioetica che ha ormai fatto il nido nelle corti più alte.