Caro direttore, ho visto senza molta sorpresa il tuo editoriale di commento sulle dimissioni del presidente Renzi e la nascita del nuovo governo Gentiloni. La tua storia e le legittime posizioni politiche che esprimi su questo giornale – di cui sono stato vicedirettore editoriale, come forse i lettori ricordano, con grande onore mio e grande simpatia per te – non potevano che spingerti ad una critica senza sconti nei confronti del premier uscente e del riassestamento delle istituzioni italiane in questo ultimo mese dell’anno.
Non mi ha sorpreso dunque vedere che avevi scritto. Mi ha stupito invece leggerti. Ad essere sorprendente nel tuo editoriale è l’argomentazione principe: «Spettava a Renzi portare il Paese al voto – scrivi – proseguendo per qualche settimana il Governo con l’attuale maggioranza che tale resta, adottando una nuova legge elettorale ed affrontando anche il nodo Monte dei Paschi di Siena, per poi tornare dal Capo dello Stato e riconsegnare il mandato”. Interessante posizione, ma del tutto controtendente con ciò che hai sempre espresso e che esprimi ancora in queste righe, quando scrivi che “Renzi ha promesso, in una intervista di alcuni mesi fa a RepubblicaTV, che se avesse vinto il No, e se quindi avesse perso sostanzialmente la battaglia delle Riforme alle urne, avrebbe non solo lasciato la presidenza del Consiglio ma “anche la politica”, letterale. Renzi ha mantenuto la promessa per un quarto, neanche per metà». Se dunque Renzi non ha mantenuto la promessa non essendosi dimesso da Segretario del Pd – vero – come l’avrebbe mantenuta restando a Palazzo Chigi per transitare il Paese al voto previa approvazione della legge elettorale e nazionalizzazione di Monte dei Paschi di Siena (operazioni che prenderanno più tempo di quanto racconti la stampa, come tu ben sai)? Avrebbe allora mancato del tutto ai propri propositi, attirandosi le critiche – e l’odio, purtroppo – di tutte le opposizioni e di buona parte della stampa italiana. Certo non il tuo, ma quello di molti odiatori professionisti già sperimentati durante l’era di Silvio Berlusconi.
Perché il premier avrebbe dovuto sottoporsi a questa berlina, quando la soluzione Gentiloni gli era stata proposta da diversi gruppi parlamentari tra cui la stessa Forza Italia? E sopratutto, qual è la perplessità che esprimi rispetto al governo Gentiloni medesimo? «A prendere il suo posto è Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri del suo Governo, e con lo stesso Renzi in carica da segretario del Pd, equivale ad un sostanziale cambio di maglia ma con la stessa squadra in campo». Ma la squadra in campo per risolvere il nodo della legge elettorale e di Monte Paschi, nella soluzione da te auspicata con la prosecuzione del governo Renzi, non sarebbe stata la medesima di oggi con l’aggravante delle mancate dimissioni del premier? Come si può criticare questo governo in quanto fotocopia dell’altro e contemporaneamente invocare la prosecuzione dell’altro? C’è qualcosa che non torna in questo ragionamento, e scusami se te la faccio notare. Ma sono affezionato a questo giornale e ho pensato potesse interessare, nella sua umiltà, la mia opinione. Un’ulteriore considerazione vorrei però offrire, e chiedo ancora scusa. Il gioco al massacro dello sconfitto è un esercizio che questo Paese pratica sin dagli albori della sua storia. Il momento culminante di questo atteggiamento fu naturalmente piazzale Loreto e l’immagine del Duce appeso a testa in giù da un popolo che fino a poco prima aspettava esultante che si affacciasse al balcone di piazza Venezia.
Su Renzi – purtroppo per il popolo – questa tendenza non può essere esercitata: perché il nostro sa perdere, meglio di quanto in effetti non sappia vincere. E ciò che molti non si aspettavano, e che gli fa rabbia, è proprio che perdendo abbia fatto ciò che aveva promesso – e che è contestualmente la mossa politica più intelligente – ovvero dimettersi dall’incarico di Presidente del Consiglio. E non farsi reincaricare, come spiegato da Gentiloni stesso poche ore fa, quando la prima proposta del Presidente della Repubblica era proprio la sua permanenza a Palazzo Chigi. Al pubblico ludibrio, insomma, Renzi si è sottratto con l’agilità e il savoir faire politico che pure i suoi oppositori devono riconoscergli. Non ha lasciato la politica, tu dici: vero, ma per me è perfettamente legittimo che una persona possa cambiare idea, e d’altronde non è la prima volta che lo fa. Il primo rimprovero sulle dimissioni, a maggior ragione, suona sconnesso rispetto al ragionamento: se una parte di quella promessa che dici è stata mantenuta dovresti già crescere nella stima di colui che consideravi un bugiardo integrale. Ma che al bugiardo si rimproveri di non aver detto una bugia, questo è un esercizio fantagiornalistico già messo in atto in passato, e giustamente criticato anche da te.
Caro Valerio, apprezzo molto la tua iniziativa di volerti confrontare pubblicamente. Colgo l’iniziativa che mi costringe a risponderti sinteticamente e punto per punto, chiudendo per quanto possibile in modo definitivo la questione relativa al “passaggio” Renzi-Gentiloni, chiarificando la mia posizione che speravo fosse già abbastanza chiara.
- Confermo quanto scritto nel mio fondo di ieri: Renzi avrebbe dovuto mantenere l’incarico di presidente del Consiglio anche dopo il No al referendum di domenica scorsa. Con questo non ho affatto voluto dire che il presidente avrebbe dovuto far finta di nulla in riferimento alla promessa di “dimettersi” e “lasciare la politica”. Nel mio editoriale, dal quale tu hai abilmente estrapolato ciò che serviva per poter motivare la tua opinione, io ho anche scritto che «(…) le dimissioni da presidente del Consiglio sono state presentate al Capo dello Stato “con riserva” e non con la formula più definitiva “irrevocabili”, fatto che dimostra come Renzi si sia in realtà dimesso lasciando al Capo dello Stato la libertà – o la tentazione – di poterlo reincaricare con l’obiettivo di proseguire la legislatura almeno fino al pronunciamento della Corte Costituzionale il prossimo 24 gennaio». E’ esattamente ciò che era nei piani di Renzi fin dal primo momento tanto da essersi dimesso – per appunto – con una formula che si conviene proprio a chi ritiene di dovere ottenere un reincarico dal presidente della Repubblica, cosa che Renzi ha poi valutato nelle 24 ore successive alla salita al Colle, e che gli ha fatto ritenere di doversi tenere (come scritto da me ieri) «una piccola porticina aperta da cui poter rientrare in caso di emergenza alla guida del Governo». Per essere più chiari: la nostra è una Repubblica Parlamentare che legittima un Esecutivo da cui dipende per effetto di una maggioranza alle Camere, cosa che Renzi continuava ad avere anche all’indomani del Referendum, lo dimostra l’approvazione della manovra venerdì scorso. In sella al Governo, quindi, fino al pronunciamento della Consulta il prossimo 24 gennaio. Poi il mantenimento della promessa per come egli stesso l’aveva formulata: dimissioni da capo del Governo e da segretario del Partito Democratico, uscendo dalla politica. Successivamente, e comunque non adempiendo fino in fondo al mantenimento della promessa ed esponendosi alle relative critiche, Renzi avrebbe avuto comunque tutto il diritto di concorrere nuovamente alla segreteria del Pd o anche di crearsi un movimento politico nuovo di zecca. Mantenere la promessa di dimissioni, dicevamo, ma dopo l’approvazione della nuova legge elettorale il 24 gennaio: la responsabilità di portare il Paese alle urne era e continua ad essere del Pd. Nessuna mia controtendenza, quindi.
-
Matteo Renzi durante il discorso con cui ha annunciato le dimissioni da presidente del Consiglio. EPA/GREGOR FISCHER
Scrivi che «la soluzione Gentiloni gli era stata proposta da diversi gruppi parlamentari tra cui la stessa Forza Italia», fatto che però non trova riscontro nella cronaca di questi giorni. La soluzione Gentiloni è stata perorata solo dai gruppi centristi transfughi dal centrodestra, afferenti ad Angelino Alfano e Denis Verdini, disponibili a qualsiasi nuovo Esecutivo. Riguardo Forza Italia, di qualche ora fa le dichiarazioni di Giovanni Toti: «Nasce il governo Renziloni. Più Renzi meno Gentiloni. Niente di nuovo, anzi qualcosa di peggiore. Non credo volessero questo gli italiani che hanno votato il 4 dicembre. Dopo mille giorni in cui il governo uscente non ha saputo risolvere i problemi che attanagliano quotidianamente gli italiani non vedo per quale ragione in pochi giorni dovrebbe risolverli un governo sostanzialmente identico o forse con una più fragile composizione dei ministri»; e del capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta: «Faremo un’opposizione senza sconti al Governo Gentiloni, e verificheremo la discontinuità con Renzi». Discontinuità che oggi è stata smentita dallo stesso Gentiloni, che durante il suo insediamento ha dichiarato: «Ho fatto del mio meglio per formare il nuovo Governo che proseguirà nell’azione di innovazione svolta dal presidente Renzi, come si vede dalla sua struttura».
- Dici che Renzi sa perdere. Non è affatto vero. Renzi si è dimesso da premier “con riserva” pensando di potersi fare reincaricare. Prospettiva che poi ha valutato come meno conveniente per lui, come suo consueto, ritenendo di poter meglio manovrare le pedine dal partito e quindi dal di fuori (da cui non si è dimesso, continuando a fare politica). Poi le dichiarazioni del post insediamento del nuovo Esecutivo: «Adesso Congresso del Pd il prima possibile, poi il voto». E questo sarebbe uno che sa perdere? Renzi si prepara già alla riscossa da una posizione di tutto favore. E’ furbo, certamente. Ma non sa affatto perdere, non per come aveva promesso.
- Tralascio il paragone con Silvio Berlusconi. Anzitutto perchè paragonare Renzi al Cavaliere rappresenta una forzatura troppo forte e fuori dalla realtà. Secondariamente perchè le condizioni che portarono Berlusconi in politica, e le condizioni che lo hanno costretto fuori dalle Istituzioni, sono state e continuano ad essere totalmente differenti.