Confessioni di un giocatore di Pokémon GO

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di Valerio Musumeci

Mettiamo subito le carte in tavola: lo scrivente gioca a Pokémon Go e attualmente possiede cinquantanove mostriciattoli su un totale di duecentocinquanta. Il più forte è una sorta di cervo volante chiamato Pinsir, seguito a ruota da un pipistrello di nome Golbat e dal celeberrimo Bulbasaur. Dice: che ce frega? Niente, è vero, ma mettere in chiaro le cose è determinante in un mondo che da metà luglio si divide in cacciatori di Pokémon e odiatori di cacciatori di Pokémon. Tale è stato l’impatto del nuovo gioco, rilasciato da Niantic con Game Freak, The Pokémon Company e Nintendo, giunto in poche ore a trenta milioni di download (dati di tre giorni fa, quindi abbondantemente superati) e oltre trentacinque milioni di dollari di incasso tramite le funzioni a pagamento della app. La Nintendo, storica distributrice del marchio sin dagli anni Novanta, ha avuto in Borsa un exploit del 9%. I Pokémon sono un mare di soldi, per ciò che compete ai suoi produttori: per gli altri un gran divertimento, perché l’idea di calare i mostrini nella realtà di tutti i giorni grazie alla cosiddetta realtà aumentata – definizione di per sé non bella – segna una svolta nel mondo dei videogiochi e delle applicazioni informatiche. Nessuno ci aveva mai pensato prima, e questo è il bello delle idee: che siano fresche, accattivanti, colorate. Come freschi, accattivanti e colorati sono i mostriciattoli: io ho un Beedril – una vespa gigante, in pratica – che è davvero una bellezza.

Ma perché tanto dibattito intorno al gioco? Perché una così marcata distinzione tra chi fa della app una droga – pare si siano già rilevati incidenti dovuti al suo utilizzo – e chi invece ritiene automaticamente chi ci giochi un cretino, un irresponsabile, un cittadino indegno del diritto di voto? Ad occhio, parlando dell’Italia, la spiegazione sarebbe la solita di sempre: il bar sport è il nostro dna, gli italiani o fanno le cose o non le fanno, riservandosi però il diritto di parlarne dalla mattina alla sera. Così del calcio, della politica, dell’economia: e così pure di Clefairy, un batuffolo rosa la cui utilità non è chiara, o di Psyduck, una papera imbranata che tuttavia manca pochissimo a fare evolvere, magari stasera o domattina. Il problema è che pare che la tendenza a dividere il mondo in pro Pokémon e contra Pokémon sia universale: persino in Giappone, dove i mostrini sono arrivati soltanto ieri ma dove sono nati – creati nel 1996 da Satoshi Tajiri, forse il meno estroverso dei nerd giapponesi –, si sono registrate polemiche sul livello di addiction a cui il gioco potrebbe portare, causando gravi problemi agli utenti e a tutti i cittadini. Detto da gente che mangia il riso con le bacchette, sintomo evidente di fissazione sadomasochistica (si scherza!), la cosa fa particolarmente impressione. Sicché io sarei un drogato soltanto perché, mentre scrivo, mi affaccio ogni tanto a controllare se mi compaia un Magikarp (una carpa magica, intuibilmente) sul lampadario?

Si scherza ancora, nessuno sta controllando nulla – anche perché Magikarp è un pesce e non comparirebbe mai in una casa in collina. Caratteristica singolare, questa del gioco ad aderire perfettamente all’ambiente: seppure sembri casuale, la comparsa di un Pokémon dipende anche dal luogo in cui ci si trova, per cui sarà più semplice trovare un Magikarp vicino al mare che, appunto, in collina. Come abbiano fatto i creatori a studiare le mappe di tutto il mondo e a creare l’algoritmo necessario a stabilire dove e come un mostriciattolo debba apparire non lo sapremo mai: gli orientali sono sempre gelosi dei loro segreti, ma certo il risultato è impressionante. Perché non solo coste e monti sono state inserite e performate nel gioco, ma anche piazze e parchi pubblici, da cui la scena ridicola di molti newyorkesi che si davano spintoni per rincorrere a frotte un esemplare raro a Central Park. Ecco, magari a questi livelli sarebbe meglio non arrivare, come pure al rischio fisico di restare schiacciati sotto un tir per andare a catturare Polywag (che poi è un affare del tutto inutile: si fosse trattato di un Pokémon raro, magari …). Insomma, sulla cosa bisogna anche un po’ ridere, non tutto nel mondo è un trucco ai nostri occhi, non tutto sottende trappole e non tutti coloro che la pensano al contrario di noi sono degli imbecilli. Non tutti quelli che giocano, dicevamo, sono cretini, irresponsabili e indegni.

E poi si può giocare in gruppo. Nulla impedisce di organizzarsi con un amico invece che vagare in solitudine sperando di catturare tutte le creature, come si dice abbia fatto il primo a completare il gioco negli Stati Uniti – un milionario, evidentemente: non ha lavorato per due settimane –, nulla impedisce, dicevamo, di condividere il divertimento con qualcuno invece che limitarlo soltanto a se stessi. Il trucco di tutta la vita è lì, e vale anche per l’app in “realtà aumentata” che sta spaccando il mondo a metà (come se si sentisse il bisogno di altre spaccature): viene poi in mente che Pokémon Go non sia tanto diverso dall’andare a caccia, attività che molti ritengono nobile a dispetto del sangue versato per “sport” da molti esseri viventi. Qui invece si caccia senza far male a una mosca, perché i Pokémon fino a prova contraria non esistono e il giocatore intelligente e socievole, moderato e di buon senso, non fa davvero un torto a nessuno giocando una mezz’oretta. L’importante, come sempre, è dare il giusto peso a ogni cosa. E adesso vediamo se dentro l’armadio ci sta nascosto qualcosa che manca solo un Evee e poi finalmente potrò farlo evolvere.